11 aprile 2025 * William De Biasi
Entrare nel Conolly non è stato facile, non è facile avvicinarsi a ciò che resta di un luogo come questo, ma soprattutto non è facile varcare la soglia sapendo che dietro quelle porte, molti anni prima, sono esistite persone che hanno conosciuto la parte più dura della malattia, dell'isolamento e della solitudine.
Il Conolly faceva parte dell'ospedale psichiatrico San Niccolò di Siena, uno dei più importanti complessi manicomiali italiani. La sua storia affonda le radici nell'Ottocento: il padiglione fu progettato dall'architetto Francesco Azzurri, completato nel 1875 e aperto nel 1877. Era destinato ai ricoverati considerati più agitati e pericolosi per sé stessi o per gli altri.
Oggi quello che rimane è un edificio abbandonato, ma definirlo semplicemente così mi sembra quasi un'offesa alla sua storia, perché il Conolly non è soltanto un edificio che il tempo ha consumato, é un luogo che porta ancora addosso quello che è successo.
Il suo nome deriva da John Conolly, lo psichiatra inglese che sosteneva il metodo no restraint, basato sull'assenza della contenzione fisica dei pazienti.
Ed è proprio qui che la storia diventa difficile da raccontare.
Il reparto progettato a Siena aveva una struttura particolare, ispirata al modello del Panopticon di Jeremy Bentham: un'architettura pensata per permettere la sorveglianza dei ricoverati da un punto centrale. Le camere erano disposte a raggiera e il reparto poteva ospitare circa settanta persone.
Il paradosso è enorme.
Un edificio intitolato a un medico che aveva sostenuto l'abolizione della contenzione finì per essere ricordato proprio come uno dei simboli della segregazione del San Niccolò. La documentazione dell'Università di Siena racconta che, a causa della gravità delle condizioni dei ricoverati e dell'assenza di farmaci adeguati, molti pazienti furono sottoposti alla contenzione e il Conolly assunse di fatto l'aspetto di una struttura di isolamento.
È difficile leggere queste cose prima di entrare e poi riuscire a guardare quelle stanze nello stesso modo.
Quando sono entrato, la prima cosa che mi ha colpito sono state le porte.
Porte di legno ormai consumate, ricoperte da una vecchia vernice ingiallita e screpolata. Il colore si stacca in alcuni punti lasciando emergere il legno e gli strati più vecchi di pittura.
Su alcune porte è ancora presente quella piccola apertura, un rettangolo attraverso il quale qualcuno poteva guardare dentro.
Oggi dietro quelle aperture non c'è quasi più nulla.
Solo stanze vuote.
Eppure faccio fatica a considerarle semplicemente delle porte.
Perché una porta può separare due stanze, ma qui separava qualcosa di molto più importante: chi poteva uscire da chi doveva rimanere dentro.
Poi ci sono i lucchetti. arrugginiti, inutili, rimasti appesi come se qualcuno si fosse dimenticato di dire loro che non servono più.
Lucchetti che continuano a chiudere stanze ormai vuote.
È una delle immagini che più mi sono rimaste impresse.
Non perché abbia qualcosa di spettacolare ma perché racconta perfettamente quello che è diventato il Conolly.
Un luogo che continua a essere chiuso, anche se dentro non c'è più nessuno, piccole celle, finestre con le sbarre.
Proseguendo nell'esplorazione ho trovato piccole celle, ambienti essenziali, spogli, difficili da guardare senza chiedersi cosa significasse trascorrere lì dentro una giornata, una settimana, forse molto di più.
Le finestre hanno ancora le sbarre, alcuni vetri sono rotti e la luce entra attraverso aperture che un tempo servivano a illuminare ambienti nei quali la libertà non era certamente la normalità.
I letti sono ormai rotti.
Restano pezzi di strutture, detriti, oggetti senza più una funzione.
Tutto sembra essere stato lasciato lì ad aspettare qualcosa che non è mai arrivato, e il tempo, lentamente, ha fatto il resto, ha mangiato il legno, ha fatto cadere la vernice, ha spaccato i vetri, ha lasciato crescere il degrado.
Ma c'è una cosa che il tempo non è riuscito a cancellare completamente.
La sensazione di quello che questo posto è stato.
Non ho avuto paura, questa è forse la cosa più difficile da spiegare della mia esplorazione.
In un luogo come questo ci si aspetterebbe di provare paura.
Il silenzio, le stanze vuote, le porte, le sbarre, i corridoi, l'abbandono.
E invece io non ho avuto paura, ho provato ansia.
Ma era un'ansia diversa, era quella che nasce pensando a ciò che è successo qui dentro, e soprattutto ho provato una immensa tristezza.
Per le persone.
Per le violenze.
Per la solitudine.
Per tutto ciò che oggi possiamo osservare soltanto attraverso ciò che è rimasto.
Entrando nel Conolly non riuscivo a pensare ai fantasmi o alle leggende che spesso accompagnano i vecchi manicomi.
Pensavo agli esseri umani, a chi ha attraversato quei corridoi, a chi ha visto chiudersi una di quelle porte.
A chi magari ha guardato per l'ultima volta attraverso quel piccolo rettangolo nella porta senza sapere quando sarebbe tornato a vedere qualcosa di diverso.
E allora quelle fotografie hanno smesso di essere semplicemente fotografie di un luogo abbandonato, sono diventate una testimonianza.
In una delle parti dell'edificio incontro anche un ambiente completamente diverso.
Un grande spazio bianco, attraversato da archi e da una scala che sale verso un altro livello.
La luce qui è diversa.
Per un attimo sembra quasi un luogo normale.
Poi guardo meglio.
Le pareti sono consumate, il pavimento è sporco, le porte sono rovinate e anche qui il tempo sta lentamente cancellando ogni cosa.
È strano come il Conolly riesca a fare questo.
Per qualche secondo sembra quasi bello.
Poi ti ricorda immediatamente perché non lo è.
Su una parete rimangono anche alcuni disegni e segni incisi nell'intonaco.
Non so chi li abbia fatti, non so quando, e forse non è nemmeno importante saperlo.
Sono semplicemente altre tracce rimaste lì.
Come se qualcuno, molti anni fa, avesse avuto bisogno di lasciare un segno su quel muro.
Come se avesse voluto dire:
io sono stato qui.
E questa forse è la parte che più mi interessa dell'urbex.
Non entrare in un edificio morto per cercare emozioni facili.
Ma cercare quello che ancora riesce a parlare.
Un muro.
Una porta.
Un letto rotto.
Un lucchetto.
Una finestra con le sbarre.
Piccole cose che, messe insieme, riescono a raccontare una storia enorme.
Quello che ho trovato durante la mia esplorazione è soltanto una parte di ciò che il Conolly è stato, il resto appartiene alla storia.
E la storia del San Niccolò è molto più grande di questo edificio. Il complesso arrivò a svilupparsi come un vero e proprio “villaggio manicomiale”, con reparti, officine, colonia agricola e altri spazi destinati alla vita quotidiana dei ricoverati.
Ma proprio il Conolly è rimasto uno dei simboli più forti della segregazione all'interno del San Niccolò. L'Università di Siena lo indica ancora oggi come una delle testimonianze che meritano tutela per comprendere correttamente quel passato.
Ed è questo che mi ha lasciato addosso la mia esplorazione.
Ansia per quello che è stato.
Tristezza per quello che è oggi.
E ancora più tristezza pensando a quello che potrebbe diventare domani.
Perché il tempo, prima o poi, porterà via anche queste porte.
La vernice ormai sta cedendo.
I muri si stanno sgretolando.
I vetri sono già rotti.
I letti non sono più letti.
I lucchetti non chiudono più nulla.
E forse un giorno non rimarrà abbastanza per capire cosa fosse davvero questo posto.
Per questo ho fotografato.
Non per conservare l'immagine di un edificio abbandonato.
Ma per provare a conservare la memoria di chi non ha avuto la possibilità di andarsene quando avrebbe voluto.
Sono entrato nel Conolly aspettandomi di trovare un luogo capace di farmi paura.
Ne sono uscito con qualcosa di molto diverso.
Una tristezza difficile da spiegare.
Perché davanti a quelle porte, alle piccole celle e alle finestre con le sbarre, ho capito ancora una volta che i luoghi abbandonati non fanno sempre paura per quello che sono diventati.
A volte fanno male per quello che l'uomo ha lasciato dentro di loro.
Seguici e visita con noi altre location misteriose:
iscriviti al nostro canale Youtube
e seguici su Instagram.