Il preventorio non ha più voci, ma chi ci passa davanti giura di sentire ancora dei passi leggeri…
10 novembre 2024 * William De Biasi
Il preventorio non ha più voci, ma chi ci passa davanti giura di sentire ancora dei passi leggeri…
Sulle colline piacentine, ad un’altezza di 600 metri, immerso nella bruma tipica di queste zone, malinconicamente si consuma un preventorio che porta il nome del suo fondatore: Rocco Chiapponi. Qui, dove il tempo sembra essersi fermato, aleggia una tristezza palpabile, un senso di perdita che risuona tra le mura fatiscenti di un luogo che un tempo era dedicato alla speranza e alla cura.
I preventori, diverse strutture sanitarie dislocate in luoghi ritenuti particolarmente salubri, erano concepiti come spazi di prevenzione contro l’infezione tubercolare, non come i sanatori, in cui venivano ricoverati malati con diagnosi certe, ma piuttosto per accogliere bambini e giovani della provincia di Piacenza, a rischio di contrarre malattie polmonari in un’epoca in cui la tubercolosi rappresentava un’emergenza di salute pubblica. Queste strutture, con la loro aura di speranza, avevano il compito di proteggere, di salvaguardare, di formare un argine contro l’inevitabile.
La storia del Preventorio Chiapponi è indissolubilmente legata al suo fondatore, Rocco Chiapponi, un imprenditore locale che, mosso da un profondo senso di responsabilità sociale, decise di dare vita a questo progetto nel cuore delle colline piacentine. Morì nel 1938, poco prima dell’inaugurazione della struttura. La legge n° 1276, emanata dal governo fascista nel 1927, aveva istituito Consorzi antitubercolari in ogni capoluogo di provincia, ma fu l’iniziativa privata di Chiapponi a dare forma concreta a una visione. Al termine dei lavori, la struttura si ergeva su tre piani, con una camera operatoria e, notevole per l’epoca, un apparecchio radioscopico. Al secondo piano, persino una piccola chiesa, rifugio spirituale per i piccoli malati. Tuttavia, il personale sanitario era ridotto, composto da un medico e tre studenti laureandi, insieme a pochi infermieri e suore che prestavano servizio con dedizione, ma anche con polso di ferro..
Dopo pochi anni dalla sua apertura, il preventorio dovette interrompere le attività, travolto dall’occupazione tedesca durante la Seconda guerra mondiale. Da quell’ombra di desolazione riemerse però una luce di resistenza e coraggio, legando il chiassoso ricordo del preventorio alle gesta della lotta partigiana. A Bettola, infatti, si costituì la libera Repubblica di Bettola, un faro di libertà tra luglio e dicembre del 1944. Il preventorio divenne quindi un ospedale di fortuna, sotto la direzione del Comandante Emilio Canzi, alias “Enzo Franchi”, il quale richiese la collaborazione di Ettore Valdini, giovane studente di medicina. Insieme, trasformarono le camerate in posti letto e riuscirono a convincere le suore a continuare a prestare servizio come infermiere, curando decine di partigiani feriti.
Con la guerra giunta al termine, il preventorio riprese la sua originaria vocazione, diventando nuovamente un centro di cura per tubercolotici fino alla fine degli anni Sessanta. Ma le innovazioni mediche, in particolare l'avvento degli antibiotici, resero superflue queste strutture specializzate. Così, il Chiapponi, assieme agli altri preventori e sanatori, cadde in un oblio silenzioso. Abbandonato per oltre cinquant'anni, l’ex preventorio è rimasto un relitto del passato, dimenticato dalle istituzioni e lasciato a deteriorarsi.
Oggi, giungendo davanti al preventorio, il cielo grigio carico di nuvole minacciose promette pioggia. Tutto appare greve mentre la nebbia avvolge il luogo, rendendolo ancor più tetro rispetto alla sua vera natura. L’insegna “PREVENTORIO MASCHILE ROCCO, ETTORE ED EUGENIO CHIAPPONI” è appena leggibile, segno di un’epoca sbiadita. I resti del Consorzio Provinciale Antitubercolosi, ormai semi-nascosti, sembrano raccontare storie di un tempo andato, sedimentato nella memoria collettiva.
Il cancello, seppur chiuso, si rivela facilmente scavalcabile. Decidiamo di esplorare l'area circostante, l’ingresso oramai è facilitato grazie al muretto in parte crollato. Entriamo nel giardino antistante la struttura attraverso un finestrone con la persiana sfondata e deformata. Una volta all’interno, il paesaggio che ci accoglie è desolante. Lo stato dell'edificio, visibile dai pochi scorci che riesco a carpire, è al limite del pericolo. Le pareti, scrostate, rivelano il nudo intonaco, e i soffitti vanno deteriorandosi, con crepe che scricchiolano sotto il peso del tempo.
Riscoprire i corridoi e le ampie stanze è un viaggio nel rischio, richiedendo cautela e attenzione ad ogni passo. Tra i letti abbandonati, i segni del tempo hanno fortemente tagliato la linfa vitale del preventorio. La chiesa, un tempo luogo di raccoglimento e speranza, versa in condizioni disastrose. I banchi, marciti e disposti in ordine casuale, sono testimoni muti di celebrazioni ormai dimenticate. Sul pavimento, tracce evidenti di violazioni, segni lasciati da bande di pseudo satanisti, accentuano il clima di profanazione e abbandono.
Nel piano terra, una serie di lapidi raccontano le origini del preventorio e gli eventi della guerra partigiana, custodi di memorie che non vogliono svanire. La grande cucina, pur ridotta a una carcassa di arredi inutilizzabili, conserva tracce del mobilio, un simbolo di quanto fosse funzionante e vivo questo luogo. Negli angoli, depositi pieni di oggetti vari, mobili in legno ormai imputriditi, raccontano una storia di domesticità interrotta.
C’è qualcosa di tragico e profondamente bello in questa desolazione. Ogni stanza, ogni corridoio, è intriso di ricordi e di storie. I bambini che un tempo venivano accolti tra queste mura, i partigiani che trovarono rifugio, i medici e gli infermieri che si dedicarono anima e corpo per salvare vite. Oggi rimane solo un’eco lontana, una melodia triste custodita nel silenzio. Questo luogo, una volta simbolo di speranza, ha assunto ora il ruolo di un fantasma, perduto tra le nebbie.
Cosa resta di un preventorio? Una struttura svuotata che aspetta una fine ingloriosa, ridotta a un relitto silenzioso, consumata dal tempo e dall’indifferenza. Non resta che camminare ancora, spostando macerie e polvere, ascoltando le storie sussurrate tra i muri, cercando di salvare qualche frammento di memoria in questo mare di desolazione. Perché il Preventorio Ettore Chiapponi, oggi più che mai, cela dentro di sé un’anima che meriterebbe di essere ricordata, una storia di umanità dimenticata nel freddo abbraccio della bruma, tra le colline piacentine che lo circondano.
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