05 gennaio 2026 * William De Biasi
Non so chi le abbia dato questo nome, ma mentre mi avvicino, capisco già che non è casuale.
a porta è socchiusa, la spingo piano, quasi per non disturbare, ma non oppone resistenza, si apre senza suono, come se fosse già stata attraversata troppe volte prima di me.
Appena entro, mi fermo.
Mi aspettavo odore di muffa, di chiuso, di rovina.
Invece no.
Quello che sento è equilibrio, ed è una sensazione strana, quasi fuori posto in un luogo abbandonato.
Alzo lo sguardo, la volta è ancora lì, intera, decorata. I blu sono profondi, gli ornamenti ancora leggibili. Non è una chiesa distrutta, è una chiesa che ha smesso semplicemente di esistere, come se qualcuno avesse interrotto tutto a metà, senza spiegazioni.
Le pareti sono ordinate.
I santi mi osservano dai loro riquadri, immobili, ancora definiti. Uno tiene un libro, un altro ha lo sguardo severo di chi doveva proteggere qualcosa.
E per un attimo funziona ancora tutto, sembra davvero una chiesa.
Poi faccio qualche passo.
Il pavimento scricchiola appena sotto le scarpe, e l’aria cambia.
Non è più solo silenzio, è qualcosa di più denso.
Guardo l’altare, è intatto, i marmi colorati sono ancora vivi, i candelabri al loro posto. Nella nicchia centrale, dietro il vetro sporco, una statua con una madonna nera osserva senza più luce.
Mi avvicino lentamente.
E lì davanti… mi fermo.
All’inizio non capisco, il cervello prova a sistemare quello che vede, a dargli un senso ma non torna.
Ci sono figure davanti all’altare, non statue sacre non oggetti religiosi.
Figure costruite, vestite con abiti semplici, occhi grandi, fissi.
Una ha un vestito a righe, un’altra è coperta da un telo consumato.
Restano lì, ferme, come se stessero aspettando qualcosa o forse aspettano qualcuno.
Mi basta qualche secondo in più.
E poi mi viene quasi da sorridere, ma è un sorriso strano, fuori posto anche lui.
Carmencita e Caballero
Mi torna in mente all’improvviso, senza motivo apparente.
Gli spot, le voci, quell’Italia lontana che esisteva dentro la televisione in bianco e nero, quella di Lavazza, quella del Carosello.
Leggera. Semplice. Familiare.
E adesso è qui.
Davanti a un altare.
Mi guardo intorno.
Tutto il resto ha un senso: la chiesa, i santi, l’altare. Sono loro a non appartenere a questo luogo, eppure sembrano quasi parte dell’arredo stesso.
E proprio per questo attirano tutto lo sguardo.
Provo a immaginare il momento in cui qualcuno le ha portate qui.
Forse una festa, una rappresentazione, qualcosa di temporaneo o magari carnevale.
Poi tutto è finito e nessuno è tornato a prenderle.
Faccio qualche passo indietro.
Le panche sono ancora allineate.
Un telo viola è caduto davanti ai gradini dell’altare, come se fosse scivolato lentamente, senza che nessuno lo sistemasse.
La luce entra dalle finestre alte, taglia lo spazio e si posa sulle figure, sui volti immobili, sugli occhi che non seguono ma sembrano farlo lo stesso.
E in quel momento la sensazione cambia.
Non è paura, è qualcosa di più sottile, come se due mondi si fossero sovrapposti senza accorgersene.
Da una parte questa chiesa, fatta di tempo lungo, di silenzio, di attesa.
Dall’altra un ricordo leggero, quasi banale, nato per durare pochi secondi.
E adesso sono bloccati insieme, nello stesso punto, nello stesso luogo.
Resto ancora qualche minuto, senza fare foto.
Solo a guardare perché più le osservi, più quelle figure perdono il lato ironico.
Non fanno più sorridere.
Diventano presenza.
Quando esco non ho la sensazione di aver visto un luogo abbandonato, mi sembra di aver interrotto qualcosa.
Mi fermo sulla soglia un secondo, senza un motivo preciso poi mi volto indietro.
L’altare è ancora lì.
Le figure anche.
Tutto fermo, come prima.
E mentre mi allontano, penso solo a una cosa.
Non so chi abbia dato questo nome a questa chiesa.
Ma dopo averla vista così…
non potrebbe chiamarsi in nessun altro modo.
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