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5 ottobre 2024 * William De Biasi
La cascina Retenate, situata nella tenuta Invernizzi, sorge maestosa nel suo stato di abbandono.
I suoi muri, un tempo testimoni di vita vibrante, sono ora silenziosi custodi di ricordi sfumati. La struttura, pur mostrando i segni del tempo, conserva ancora dettagli che parlano di un'epoca passata: la vernice sbiadita, i pavimenti in cotto lucido, il soffitto della stanza principale, che con la sua forma a conchiglia invita a guardare verso l'alto, come se volesse raccontare storie dimenticate dal mondo.
Tra queste storie, ce n’è una che risuona più forte delle altre: quella di don Giuseppe Gervasini, un uomo che ha attraversato i confini del tempo e della comprensione umana. Un personaggio strano, enigmatico, poliedrico, ancorato a questo luogo tanto amato.
Nacque il primo marzo 1867 a Robarello di Sant’Ambrogio Olona, piccolo paesino ai piedi del Sacro Monte di Varese, dove il verde dei boschi si mescola al canto degli uccelli e dove si respirava un'aria di sacralità e mistero.
Ma in lui c'era qualcosa di straordinario, una luce che brillava nonostante le ombre.
Don Giuseppe era molto più di un sacerdote. Era un guaritore, un erborista, un maestro dell’animo umano.
La sua fama non si limitava ai confini di Varese; sapeva leggere nel cuore delle persone, scoprendo emozioni sepolte nel profondo.
E qui risiede il vero dono di don Giuseppe: non si trattava solo di erbe e medicine, ma di qualcosa di più profondo, di un legame divino che trascendeva la fisicità.
Ogni sabato pomeriggio, la cascina si riempiva di volti affaticati e speranzosi, tutti alla ricerca di un rimedio per le loro sofferenze.
La gente veniva da lontano, a volte anche da regioni vicine, per cercarlo.
Gli occhi di don Giuseppe brillavano di una saggezza antica mentre ascoltava le storie di chi si trovava davanti a lui.
Non si accontentava di sentire, cercava di capire, di afferrare il dolore e trasformarlo in speranza.
Si diceva che grazie alla sua connessione con entità divine, riuscisse a curare non solo le ferite visibili, ma anche quelle invisibili, quelle che pesano sull’anima, quelle che spesso nessuno percepisce.
La dote di guarigione del sacerdote fu vista con sospetto dalle autorità ecclesiastiche dell'epoca, che lo considerarono un elemento scomodo.
Di conseguenza, egli fu trasferito in diverse parrocchie periferiche, passando da Pogliano Milanese a Cabiate, poi a San Vittore, Peregallo di Lesmo e infine a Retenate, una località nel Comune di Rodano, che gli conferì il soprannome con cui era conosciuto.
Le sue abilità di guaritore si manifestavano attraverso pratiche paranormali unite all'uso di erbe, che il sacerdote coltivava o raccoglieva personalmente nei boschi e lungo le rive dei fontanili. Secondo le testimonianze popolari, queste erbe erano in grado di curare qualsiasi malattia, contribuendo così alla sua reputazione di guaritore efficace e rispettato, nonostante l'opposizione delle gerarchie ecclesiastiche.
Ma il soprannome "Pret de Ratanà" lo seguì come un’ombra.
Sebbene lo considerasse riduttivo, forse persino irrispettoso, quel nomignolo divenne incredibilmente popolare, un’etichetta che lo definiva nelle menti della gente, a dispetto della sua volontà.
Così, lui sarà sempre “el pret de Retenà tutti i mai i e fa scappà”, perché qui aveva trovato la sua vera casa, il suo campo di battaglia contro la sofferenza.
Qui, tra le stanze della cascina, iniziò la sua opera di apostolato il primo giugno del 1897.
Ogni mattina, quando il sole filtrava attraverso le finestre sporche, don Giuseppe si alzava pronto a combattere le ingiustizie del mondo.
Il tempo passava e la fama di don Giuseppe cresceva, così come i racconti sui suoi poteri.
Ma con questi venivano anche dubbi e incertezze.
Alcuni lo veneravano come un santo, altri lo guardavano con scetticismo.
Tuttavia, nessuno poteva negare l’impatto che aveva sulle vite delle persone.
Gli anziani raccontano ancora di come spesso si sentivano sollevati dopo averlo incontrato, come se un peso fosse stato tolto dalle spalle.
Quella sensazione di leggerezza, come una carezza divina, conferiva a Don Giuseppe un’umanità unica.
Dietro ogni guarigione c’era una storia di sacrificio e dedizione.
Diverse erano le notti in cui, abbattuto dalla fatica, si chiedeva se la sua missione avesse un senso, se davvero stesse facendo la differenza.
Ma il giorno seguente, quando le porte di Retenate si aprivano e le facce piene di speranza si presentavano dinanzi a lui, ogni dubbio svaniva. Le voci di gratitudine lo riempivano di forza; capiva che il suo compito era ben più grande di lui stesso.
Con il passare del tempo, però, la cascina cominciò a subire l’inevitabile avanzata della modernità. L’imponente struttura iniziò a deteriorarsi, gli spazi di vita un tempo vivaci diventano vuoti.
Le stanze, un tempo colme di voci e risate, ora rispondono solo all’eco del vento che si insinua tra le finestre rotte della cascina oramai vuota, il suo suono come un lamento distante, danza tra le ombre dei ricordi dimenticati, portando con sé il freddo respiro del tempo che non torna più.
I volti dei fedeli, i racconti di guarigione, tutto ciò pare scomparso nel nulla, come un sogno di cui si è perso il ricordo.
Il destino di don Giuseppe non fu diverso. Morì il 7 gennaio 1955, lasciando un vuoto incolmabile.
La gente lo pianse, eppure il suo spirito continuò a vivere, proprio come l’anima della cascina, abitata da ricordi e speranze nonostante le crepe nei muri e gli alberi che si facevano strada tra le macerie.
Le testimonianze di chi ebbe l'onore di conoscerlo si tramandano di generazione in generazione. Si racconta di come alcune di esse avessero vissuto guarigioni inspiegabili, di come il semplice tocco delle sue mani avesse portato sollievo e serenità.
Nella malinconia di questo abbandono, i vignatesi continuano a custodire la memoria del “pret de Retenà”.
La memoria di un uomo che, con i suoi poteri e la sua empatia, ha trasformato la sofferenza in guarigione e ha saputo vedere nella fragilità umana una forza potente.
La cascina, pur nel suo decadimento, è un tributo a lui, un simbolo di una fede che non svanisce, di una presenza che continua a vegliare su tutti noi.
L’articolo che ho scritto per ricordare don Giuseppe Gervasini, a cento-cinquantasette anni dalla nascita, rappresenta un desiderio profondo: mantenere viva la fiamma della sua memoria, affinché le generazioni future possano conoscere la sua storia.
Questa cascina, che ha visto il trascorrere di molte stagioni e di molte vite, è un monumento a un uomo che, pur essendo passato, ha lasciato un'impronta indelebile nell’anima di chi ha avuto la fortuna di incrociare il suo cammino.
Ripercorrere la storia della cascina Retenate e di don Giuseppe significa fare i conti con un’incredibile eredità di amore, speranza e magia.
La sua vita fu un viaggio attraverso il dolore e la gioia, un percorso dedicato agli altri.
E ora, mentre le stanze silenziose di questa vecchia cascina ci osservano, possiamo solo immaginare quante altre storie siano state scritte tra queste mura.
Sta a noi, oggi, raccoglierne il testimone e continuarne il racconto, affinché il “pret de Retenà” rimanga vivo nel cuore di chi sa ancora sognare e guarire.
Incredibile sei arrivato fin qua...!
Complimenti e grazie per aver letto il mio articolo.
Se ti chiedi perché non fornisco indicazioni dettagliate su molti dei posti che visito, beh, devi sapere che purtroppo questi luoghi vengono presi di mira da vandali, ladri e rigattieri.
Si vuole evitare quindi che ciò possa succedere. Spero che tu capirai.
Scopri di più sull’esplorazione urbana nella mia sezione “URBEX e LA SUA STORIA”
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