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2024 * William De Biasi
In un angolo dimenticato del mondo, oltre le mura della cascina e della casa padronale, l'oratorio sorge come un eco di un passato che svanisce.
La sua struttura, una volta viva di fede e di comunità, appare ora totalmente abbandonata, avvolta in un silenzio denso e pesante.
L’erba alta si arrampica sui muri, e gli stipiti delle porte, ormai marci, sembrano lamentarsi ad ogni alito di vento.
Varcare la soglia di questo luogo sacro è come entrare in un’altra epoca, un viaggio nel tempo che porta con sé il profumo di ricordi sbiaditi.
I resti delle cassapanche, in legno scuro e consunto, giacciono dimenticati, testimoni di riunioni, preghiere e canti che vibravano tra le pareti rosa, ora scrostate e desolatamente silenziose.
L'unica navata, un corridoio di memorie, è sormontata da un affresco della Madonna con bambino, un’immagine che, sebbene consumata, continua a emanare una sorta di luce calda.
Quel viso sereno sembra osservare dall'alto le macerie di un’umanità che ha perso la sua strada e la sua speranza.
L’altare in legno, un tempo fulcro di devozione, sta collassando sotto il peso dell’oblio e del tempo.
Ogni crepa nel legno racconta una storia di sacrifici, di dedizione, di una comunità unita che si riuniva per celebrare la vita e la fede.
Oggi, quel legno scricchiolante sembra piangere la solitudine di chi non ha più trovato il coraggio di varcare la soglia, di chi ha abbandonato la fede o, peggio, la speranza.
I porta ceri, intagliati con cura, giacciono sparsi sul pavimento, alcuni rotti, altri coperti da un velo di polvere.
Un tempo le fiamme tremolanti dei ceri danzavano nella penombra, creando ombre vive che si muovevano sulle pareti.
Ora il buio ha preso possesso di questo spazio, e solo i pochi raggi di sole che riescono a filtrare attraverso le crepe nelle finestre ricordano a tutti che anche la luce ha, a volte, bisogno di sfide per trovare il suo percorso.
Le immagini della Via Crucis, un tempo care alle mani di chi pregava, pendono parzialmente appese al muro come anime perdute, in attesa di una pietà che non arriverà mai.
Alcune sono strappate, altre scolorite, ma tutte conservano un’anima che cerca disperatamente di resistere all’indifferenza del tempo e dell’abbandono.
Eppure, in questa desolazione, c’è un signore, un uomo che ha visto giorni migliori.
È un custode del ricordo, colui che frequenta ancora questi luoghi, portando con sé il peso della nostalgia e della tristezza.
Con passo lento si avvicina all’ingresso, come se temesse di disturbare le ombre che danzano nel silenzio.
Il suo viso reclama una storia che parla di speranza, ma i suoi occhi raccontano solo di dolore.
Ha visto il suo mondo svanire e la comunità disgregarsi, e adesso anche l'oratorio, un baluardo di fede, sembra contrarsi in un abbraccio di morte.
Ogni giorno, si siede su una delle cassapanche, accarezzando il legno con mani tremanti, e si perde nei ricordi.
Riempie il silenzio con le sue parole, parlando alla Madonna, all’altare, ai portacandele e alle immagini della Via Crucis.
Per lui, ogni crepa nel legno è una cicatrice di una vita che ha dato tutto, eppure si sente impotente nel vedere questo luogo, un tempo vibrante di vita e di comunità, ridotto a un palcoscenico di decadenza.
La sua voce, rotta dall'emozione, si fa eco nel vuoto: “Non ho più speranza, ma non smetterò di pregare. Non posso”.
Le sue parole risuonano come un canto funebre, ma anche come un grido di resistenza. In un mondo che dimentica, egli si aggrappa alla memoria e, nel farlo, si rifiuta di lasciare questo luogo senza un saluto, senza un addio.
Ma la vita continua a scorrere fuori, e l'oratorio rimane sempre più isolato, lontano dagli occhi e dai cuori di chi un tempo vi trovava rifugio. Le ex case dei salariati, ora abbandonate anch’esse, raccontano storie di fatica e sogni infranti, e questi racconti si intrecciano con la decadenza dell'oratorio, in un abbraccio di solitudine.
Il tempo continua a scorrere, e mentre il signore prega, un giovane passa vicino all’oratorio, fissando la facciata deteriorata. Si ferma un momento, poi prosegue il suo cammino, indifferente. E così, la storia di quell’oratorio diventa un ricordo distante, un'eco che si disperde nel vento, mentre il signore al suo interno continua a cercare risposte che non arriveranno mai.
La vita, con la sua implacabile marcia, porta con sé il dolore della perdita, ma anche la bellezza dei ricordi.
E così, tra la decadenza e l’abbandono, l’oratorio resta un simbolo della fragilità dell’esistenza, un monumento silenzioso alla speranza che, nonostante tutto, continua a resistere, seppur in forma fragile e sfumata.
Incredibile sei arrivato fin qua...!
Complimenti e grazie per aver letto il mio articolo.
Se ti chiedi perché non fornisco indicazioni dettagliate su molti dei posti che visito, beh, devi sapere che purtroppo questi luoghi vengono presi di mira da vandali, ladri e rigattieri.
Si vuole evitare quindi che ciò possa succedere. Spero che tu capirai.
Scopri di più sull’esplorazione urbana nella mia sezione “URBEX e LA SUA STORIA”
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